Plastic bag

Con il primo gennaio 2011 è incominciata l’era del sacchetto di plastica biodegradabile, o delle belle “borsone” riutilizzabili, infatti per Legge vi sono delle norme che proibiscono l’uso dei sacchetti di plastica. E’ accettato lo smaltimento delle sole scorte ma gratis, ma visto che siamo in Italia, ci sono ancora parecchi commercianti che invece continuano a farseli pagare. I sacchetti biodegradabili, secondo un giudizio comune : ”sono cari e poco, molto poco resistenti”. Inoltre, sempre secondo recenti studi, la loro realizzazione inquina molto più che lo smaltimento di quelli vecchi in plastica. Le critiche ai sacchetti biodegradabili si trovano anche su wikipedia, dove si legge : – Le bioplastiche possono ridurre la disponibilità di derrate alimentari, se prodotte a partire da prodotti agricoli come il Zea Mays. La plastica tradizionale viene “arricchita” e resa “bio” con sostanze quali amido di granoturco Se le più ottimistiche previsioni di utilizzo delle bio-plastiche fossero confermate, l’ammontare di mais impiegato per la loro produzione arriverebbe a 0,04% della produzione mondiale annua. Una percentuale irrisoria, se paragonata alle reali cause di incremento dei costi: l’aumento del prezzo dell’energia, la crescita della popolazione mondiale, la debolezza del dollaro, l’instabilità politica, la speculazione, da sommare alla crescente domanda di cibo di qualità proveniente dalla classe media di Cina e India, Paesi in fortissima espansione economica. Il progresso industriale ed economico del nostro pianeta deve avere obiettivi riscontri di sostenibilità e senza pregiudizio per l’ambiente. In questa direzione, senza affermare niente di nuovo, l’industria plastica nel suo complesso – quella petrolchimica, i costruttori di macchinari per la trasformazione e gli stessi utilizzatori – si è impegnata (anche e soprattutto, forse, economicamente) negli ultimi anni per studiare formule e processi di sempre minor impatto ambientale. Gli studi sul campo, l’eco-bilancio ecc. sono entrati a pieno titolo nelle logiche aziendali del settore. La lavorazione della plastica, dal canto suo, genera emissioni in atmosfera inferiori del 70%, così come il rilascio di acque reflue è inferiore del 96%. Per quanto riguarda l’alternativa dei polimeri biodegradabili, non c’è convinzione o predisposizione da parte dell’industria, senza considerare che la relativa produzione e impiego ha degli svantaggi che superano i benefici; l’allusione riguarda soprattutto la contaminazione delle altre materie plastiche presenti nei flussi postconsumo da inviare al riciclaggio e, conseguentemente, i problemi che ricadrebbero sul relativo comparto industriale. Grazie alle leggi e ai regolamenti sull’ambiente, oltre che alle richieste dei consumatori di prodotti ecocompatibili, incominciano a diffondersi sul mercato i polimeri biodegradabili. Gli attuali polimeri biodegradabili sono progettati o per degradare biologicamente o per fotodegradare o per degradare chimicamente, a seconda del tipo di ambiente che incontrano dopo l’uso. Idealmente, i percorsi di degradazione dovrebbero sfociare nella bio-conversione del polimero in biossido di carbonio (aerobica) o di biossido di carbonio / metano (anaerobica) e in biomassa. Tuttavia, la totale biodegradabilità può verificarsi solo quando questi materiali sono smaltiti correttamente in un sito di compostaggio (lavorando a temperature di 60-70 °C). Le bioplastiche inoltre alimentano l’attuale crisi alimentare perché la loro coltivazione sottrae terreni prima destinati alle colture per il consumo umano e pertanto contribuiscono alla crisi globale dei prezzi alimentari. – Insomma non sembra un’innovazione destinata a migliorare la qualità vera dell’ambiente, ma semmai di solita “bufala” si tratta, visto che si spostano solamente gli interessi commerciali in altri campi, magari più remunerativi, mentre a pagare è sempre il consumatore (e l’ambiente). Gli ambientalisti ricordano che una “plastic bag” attuale, ha per il consumatore una vita media che si stima essere inferiore ai 20 minuti (salvo riciclaggio come contenitore di rifiuti domestici), mentre dall’altro, purtroppo, non essendo biodegradabili, i sacchetti di plastica, in quanto derivati dal petrolio, persistono nell’ambiente per decine di anni con gravissime conseguenze per la natura e soprattutto per gli animali (balene, tonni, tartarughe, ecc.). Quindi è il caso di dire “il solito topo che si morde la coda”. Quasi tutti i grandi supermercati, e gli ipermercati hanno già finito le scorte dei vecchi sacchetti in plastica o le stanno esaurendo “gratuitamente”, garantiscono i responsabili. I nuovi sacchetti a base di amido di mais, invece, vengono venduti più o meno da tutti a 5/10 centesimi, anche se c’é qualcuno, soprattutto nei negozi più cari del centro, che li regala.

 

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