Nanotecnologie e rifiuti

Dopo gli OGM, le nanotecnologie si insinuano nei nostri piatti: i nano-alimenti, trattati con nano-pesticidi e contenuti in nano-imballaggi, sono ormai una realtà commerciale. La posta in gioco: faraonici profitti finanziari per gli industriali, a fronte di rischi ambientali e sanitari impossibili da valutare al momento attuale. Il tutto in una totale e incredibile assenza di regole e di controlli.

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Degli alimenti intelligenti che si adattano al gusto del consumatore, degli abiti idrorepellenti, dei materiali che si auto-riparano, la “polvere intelligente” che discretamente registra le conversazioni… Le nanotecnologie saranno alla base di una terza rivoluzione industriale nel corso del XXI secolo; così ci promettono. Le nanoparticelle sono già presenti negli alimenti industriali, nei pesticidi agricoli, negli imballaggi alimentari, nei recipienti di conservazione. Il tutto senza controllo, né particolari dichiarazioni in etichetta. Delle particelle che, per via della loro minuscola taglia (nanometro, vale a dire un miliardesimo di metro), attraversano le barriere biologiche e possono circolare in tutto l’organismo: nel cuore, nella pelle, nei tessuti, nel cervello! I fabbricanti di prodotti “nanomodificati” hanno compreso che le incertezze sulle nanoparticelle possono intimorire i consumatori. Di conseguenza, non comunicano in modo chiaro sul loro utilizzo. Secondo molti studiosi è l’intera catena alimentare ad essere già oggi contaminata. Si può già stilare una lista di 106 prodotti alimentari, dal succo di frutta “fortificato” ai complementi alimentari vitaminici, passando per un “nano-tè”, che risultano “nanomodificati”. L’Agenzia francese di sicurezza sanitaria dell’ambiente e del lavoro (Afsset) ha catalogato, in tutti i settori, più di 2.000 nanoparticelle prodotte e già commercializzate, ed oltre 600 prodotti di consumo interessati. Se queste cifre sono difficilmente verificabili per via dell’assenza di tracciabilità, delle stime valutavano il mercato delle nanotecnologie a più di 5 miliardi di dollari nel 2005, con una previsione di 20 miliardi di dollari per il 2010. Uno studio britannico dimostra l’esistenza di un effetto collaterale delle nanoparticelle, che danneggerebbero “a distanza” il DNA. L’INSERM, punta il dito contro i nano-tubi di carbonio, materiale ultra-resistente utilizzato nell’industria, per i suoi effetti “simili a quelli dell’amianto”, concernenti la produzione di lesioni del DNA e la formazione di aberrazioni cromosomiche. Il materiale dei nano-tubi, cioè il carbonio, si disperde nell’ambiente, sopratutto nel caso di loro smaltimento quale rifiuto (non esistono protocolli in merito) divenendo un rifiuto aereo che entra nel nostro sistema polmonare, attraverso il respiro. I nanotubi sono molto utilizzati per la realizzazione di micro-elettronica e di pannelli fotovoltaici ad alte prestazioni. Confrontati a questi rischi, cosa fanno le istanze competenti ? Poco o nulla. Gli strumenti della regolamentazione sono inadatti. Ministeri a agenzie sanitarie sono completamente sorpassati. La valutazione dei rischi deve essere totalmente rivista.

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